La sera del 28 aprile 1625 si sparse rapidissimamente per le vie della città di Brescia la notizia che in un lettuccio
dell’ospedale di S. Luca, l’attuale Crocera, era spirato Frà Tiburzio Lazzaro, più noto al popolo bresciano con
soprannome di “eremita della Maddalena”.
Chi era quell’uomo quasi sconosciuto che da pochi anni aveva cominciato a far parlare di sé, delle sue
mortificazioni, delle sue virtù, rifugiato fra i ruderi del romitorio sulla cima della Maddalena e del quale nessuno
quasi sapeva da dove venisse e che, con la sua morte, metteva a subbuglio tutta la città?
Il popolo, la nobiltà, il clero accorse in folla all’ospedale per venerare le spoglie mortali dell’eremita che la
popolazione dichiarava e venerava come un santo.
I funerali furono celebrati con pompa inusitata e la salma sepolta nella chiesa di S. Luca.
La curia vescovile iniziò subito il processo di canonizzazione raccogliendo testimonianze autorevoli che, col tempo, andarono perdute.
Chi era dunque questo eremita?
Era Innocenzo Lionelli-Serbellonghi di Fossombrone, figlio di un’illustre e ricca famiglia marchigiana che
abbandonato il mondo e una brillante carriera militare, in giovane età si era dato alla penitenza e alla solitudine
rifugiandosi sul Monte Maddalena, ove nessuno sapeva di lui e delle sue origini, per nascondere le quali aveva
addirittura cambiato il nome di famiglia in quello di “Frà Tiburzio Lazzaro”.
Secondogenito di Giulio Lionelli-Serbellonghi e Virginia Fornari nacque a Fossombrone il 28 dicembre 1591.
Dopo gli studi a Fossombrone e a Roma decise di intraprendere la carriera militare, come facevano allora quasi tutti
i cadetti delle famiglie nobili.
Il suo fervore religioso, assimilato durante gli studi a Roma sotto la guida di un esperto frate domenicano, lo portò a
combattere contro gli eretici e contro i turchi che minacciavano l’Europa orientale con le loro scorrerie.
Tornato a casa nel 1617 per riabbracciare i genitori e rifornirsi di denaro, si spinse poi con gli eserciti imperiali di
Boemia e Ungheria, partecipando a vari combattimenti.
Venutagli ben presto a nausea la vita militare, una profonda crisi spirituale lo condusse, ignoto pellegrino in cerca
di pace e di solitudine, a Brescia verso la fine del 1620.
Lo attrasse, non si sa come, il solitario romitaggio sito sulla cima della Maddalena, allora antico priorato medioevale
dei Canonici regolari Agostiniani, eretto sul monte nel secolo XI o XII da quel Vescovo di Brescia cui allora spettava
la proprietà del monte, che per questo era chiamato “Monte Denno” (Denno per Domino o Monte del Vescovo).
Quella casa di preghiera era stata abbandonata e cadeva in rovina; la vecchia chiesa monastica adiacente, dedicata
alla penitente “Maria Maddalena” (si dice sia stata consacrata il 15 marzo 1153) era quasi caduta in rovina.
Egli chiese e ottenne dai Canonici regolari Lateranensi di S. Afra, ai quali era passata la proprietà di quel vetusto
cenobio, di poter trovare fra quei ruderi il suo rifugio di pace e di sistemarlo per la sua estrema dimora.
La maturazione di quel progetto richiese un intero anno (1621), periodo che Lionelli passò a Orzinuovi presso il
concittadino colonnello Carbonara di Fossombrone, in quel periodo governatore della fortezza orceana per la
Repubblica di Venezia.
Sotto la guida spirituale del domenicano padre Serafino Carrara fu assiduo frequentatore della chiesa e del
convento di S. Domenico (ora ospedale civile di Orzinuovi) e maturò nella preghiera e nel silenzio la decisione di
ritirarsi definitivamente dal mondo.
Nel rigido inverno del 1622, mutando l’abito e il nome, saliva tutto solo la ripida erta del Monte Denno e iniziava la
sua nuova vita da “eremita”.
Il suo primo pensiero fu di ricostruire la vecchia cadente chiesa medioevale, progetto al quale lavorò
indefessamente, cercò e trovò aiuti finanziari e mano d’opera e la fece poi decorare dal pittore Pietro Viviani.
Egli scendeva in città dal suo romitaggio tre volte alla settimana per ricevere i Sacramenti e per elemosinare di
porta in porta il suo scarso pane quotidiano. Frequentava la chiesa di S. Clemente dei Domenicani di S. Pietro e
Marcellino dei Padri Cappuccini e la vicina chiesa del collegio dei Padri della Pace.
La figura strana e austera di questo frate questuante, circondata dal mistero della sua provenienza, divenne ben
presto popolare in città, a S. Eufemia, a Botticino, a Mompiano, e la sua apparizione faceva accorrere attorno a lui
vere folle di popolo che ne implorava le preghiere ritenendolo santo.
La vita troppo penitente fiaccò ben presto la fibra del frate e mentre egli sognava di trasformare il suo romitaggio in
un regolare monastero di Cistercensi o di Carmelitani Scalzi (e per questo aveva già iniziato le relative chiesette),
cadde improvvisamente infermo il 18 marzo 1625, colpito da una grave forma di esaurimento e di febbre infettiva.
Si adagiò sul suo pagliericcio aspettando la morte, ma i suoi fedeli ammiratori, non vedendolo scendere in città,
preoccupati salirono sul monte dove lo trovarono in gravi condizioni.
Vi fu una gara fra tutte le famiglie per ospitarlo, ma egli volle essere ricoverato nella corsia comune dei poveri
infermi presso l’ospedale maggiore di S. Luca ove, a soli 34 anni spirò la sera del 28 aprile 1625.
Nel 1627, perdurando nel popolo bresciano una grande venerazione pubblica verso la tomba dell’eremita, i reggenti
dell’ospedale deliberarono di trasferire il suo corpo imbalsamato in un mausoleo di marmo bianco e nero, eretto in
suo onore nella chiesa di S. Luca.
Monumento, effige e ricordo dell’eremita Frà Tiburzio sono ora scomparsi dalla chiesa di S. Luca, ma era doveroso
rievocarne la memoria.
Dopo la scomparsa del “romito della Maddalena” la chiesetta restò per lungo tempo luogo di devozione e di
preghiera; con i fedeli vi salivano i Canonici regolari Lateranensi che avevano sede a S. Eufemia.
Poi per il silenzioso rifugio sul colle venne l’abbandono e lo sfacelo.
La chiesa decorata di buoni affreschi votivi cadde in rovina, le piccole celle dei frati divennero celle vinarie per i
pochi ospiti che si avventuravano faticosamente lassù in cerca di luce e di aria ossigenata.
I ruderi sono ancora visibili nella zona del vecchio rifugio sulla cima del colle.
